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Inquadramento pluviometrico e climatico
 

Il distretto delle Alpi Orientali si colloca, climaticamente, in una zona di transizione tra l’areale continentale centro-europeo in cui predomina l’influsso delle grandi correnti occidentali e dell’oceanico atlantico, e l’areale sud-europeo ove domina l’influsso degli anticicloni subtropicali e del mar Mediterraneo.

Le influenze di tali caratteristiche di macroscala si aggiungono gli effetti della stagionalità che deriva dall’appartenenza dell’area in questione alle medie latitudini e di numerosi altri fattori a meso e microscala quali i rilievi alpini e prealpini e la presenza di grandi masse d’acqua quali il mar Adriatico e il Lago di Garda, che agiscono sulla circolazione atmosferica e le principali variabili climatiche. 

Più in dettaglio, sono cruciali gli effetti sul clima esercitati da importanti regioni che generano masse d’aria con caratteristiche peculiari, ed in particolare:

·         il Mediterraneo, fonte di masse d’aria umida e mite in tutte le stagioni, in grado di mitigare le masse d’aria più fredde provenienti dall’esterno del bacino e di umidificare quelle di provenienza continentale;

·         l’Oceano Atlantico, fonte di masse d’aria umida e relativamente mite, ma solitamente più fredda rispetto a quella mediterranea, che si rivela fondamentale per la formazione di perturbazioni, in forma di sistemi frontali e vortici, particolarmente frequenti nel periodo che va dall’autunno alla primavera; inoltre nel periodo che va da marzo a novembre l’aria atlantica che irrompe sull’area dopo aver attraversato le Alpi si rivela fattore d’innesco di una vivace attività temporalesca;

·         la vasta area continentale eurasiatica, sorgente di masse d’aria polare continentale (aria siberiana) provenienti dalla Russia settentrionale particolarmente fredde ed asciutte in inverno ed il cui ingresso in Italia attraverso la “porta di Trieste” dà luogo al fenomeno della Bora;

·         la zona oltre il circolo Polare che in tutte le stagioni è fonte di masse d’aria fredda (aria artica, marittima o continentale) talvolta in grado di raggiungere l’area mediterranea aggirando le grandi catene montuose (Pirenei ed Alpi);

·         la fascia intertropicale, fonte di masse d’aria torrida (aria subtropicale, marittima o continentale) e che tende a umidificarsi passando sul Mediterraneo.

In tale contesto dinamico gioca un ruolo fondamentale la catena alpina, che agisce sulla circolazione atmosferica alterandola profondamente. Le Alpi intercettano l’umidità dalla circolazione dando luogo ad intensificazioni orografiche sui versanti sopravvento e ad attenuazione delle precipitazioni sottovento. Per questo motivo le zone montane rappresentano le aree mediamente più piovose del distretto.

In base alla classificazione del clima italiano secondo il regime termico di Pinna, improntata allo schema generale della classificazione di Koeppen, il distretto Alpi Orientali rientra nelle zone a clima da temperato freddo (in corrispondenza dei rilievi montualsi) a subcontinentale (nelle aree di pianura).

Nelle aree montane del distretto, nel territorio del Trentino Alto Adige e nella parte settentrionale di Veneto e Friuli Venezia Giulia, territotio mdo meno piovosi.ome ell'do. nezia Giulia  temperature estive a volte eso tra ottobre e maggio , ma con clima menil clima è prevalentemente temperato fresco, con temperatura media annua tra i 6 e i 10 °C, temperatura media del mese più freddo compresa tra 0 e -3 °C ed escursione termica annua tra 18 e 20°C. La media del mese più caldo varia tra i 15 e i 20 °C, con temperature estive a volte molto superiori. Le precipitazioni sono abbondanti e frequenti soprattutto nelle stagioni intermedie ma talvolta anche d’estate. A quote elevate il clima assume le caratteristiche del temperato freddo, distinto da inverni lunghi e rigidi (la temperatura media del mese più freddo è inferiore ai -3 °C), temperatura media annua tra 3 e 6°C e tendenza al secco. Sui rilievi alpini di quota superiore ai 2000-2200 m si registrano le temperature notturne e invernali più rigide (inferiori ai -3°C), la media del mese più caldo è inferiore ai 10°C e le precipitazioni sono soprattutto estive.

Nella porzione pianeggiante del distretto prevale invece un clima temperato subcontinentale, caratterizzato da temperature medie annue comprese fra 10 e 14,4 °C, temperatura media del mese più freddo fra -1 e 3,9 °C, da 1 a 3 mesi con medie termiche superiori a 20 °C ed escursione termica annua di oltre 19 °C. Qui si registrano regimi di precipitazioni caratterizzati da due massimi pluviometrici, uno in primavera ed uno in autunno, e due minimi, uno in inverno ed uno in estate.

 

Nel settore trentino le piogge variano in base alla quota ed all’orientamento dei rilievi. In generale le precipitazioni più cospicue cadono sui rilievi più elevati e nei settori meridionali ed occidentali della Regione, dove l’esposizione è tale da raccogliere l’umidità apportata dai venti che accompagnano il passaggio delle perturbazioni Atlantiche; qui le piogge ammontano a 1.200-1.400 mm annui. Procedendo verso Nord e verso Est le Alpi agiscono come una barriera e la piovosità annua decresce progressivamente scendendo sotto ai 1.000 mm annui. In genere nei fondovalle cadono dai 700 ai 900 mm, ma nelle vallate più settentrionali dell’Alto Adige, schermate da rilievi elevati, le piogge annue scendono sotto ai 600 mm annui. Le precipitazioni cadono prevalentemente in Estate sulle Dolomiti e sull’Alto Adige, mentre nel settore meridionale i picchi di piovosità si osservano durante le stagioni intermedie. La regione è caratterizzata anche da nevicate abbondanti, nel periodo compreso tra ottobre e maggio, ma con clima meno rigido negli altopiani e nelle vallate. Caratteristico delle vallate Alpine è anche il Föhn, vento di caduta dalle Alpi in grado di causare improvvisi rialzi termici anche durante la stagione fredda.

Veneto e Friuli Venezia Giulia sono interessati principalmente dal clima temperato subcontinentale, che si configura, in generale, come temperato-umido, con limitate differenze fra l'ammontare di precipitazione dei mesi più piovosi rispetto a quelli meno piovosi, pur persistendo le tipiche fluttuazioni nella distribuzione mensile delle precipitazioni con i minimi a febbraio e luglio (sia nelle zone di pianura che in quelle di montagna), ed i massimi di piovosità mensile nella tarda primavera (maggio-giugno) e nella parte centrale dell'autunno (novembre). La precipitazione media annua risulta molto variabile con andamento crescente nella direzione Sud-Nord almeno fino al primo ostacolo orografico costituito dalla fascia prealpina. I valori medi annui variano da poco meno di 700 mm riscontrabili nella parte più meridionale della Regione Veneto (provincia di Rovigo) fino ad oltre 3.000 mm riscontrabili nell’area dei Musi di Lusevera ed Uccea situata nei pressi del confine con la Slovenia.

La prima linea displuviale provoca un rapido innalzamento dell'ammontare annuo della precipitazione con valori distribuiti tra i 1.500 e 2.300 mm, fino a raggiungere i 3.100 mm nel bacino dell’Isonzo (Musi).

Superata tale linea sia per l’area veneta che per quella friulana, si assiste ad una generale diminuzione dell'ammontare annuo di precipitazione che si attesta su valori compresi tra i 1.000 e 2.000 mm. Analizzando i dati concernenti l’anno "secco", si nota che la disposizione delle isoiete ricalca sostanzialmente quella dell'anno medio, anche se i valori di piovosità sono ovviamente inferiori. La pianura veneta nell'anno "secco" può contare su apporti compresi fra 600 e 700 mm con riduzioni, rispetto l’anno medio, dell'ammontare annuo di precipitazioni nelle zone di pianura dell'ordine del 20-30%. Le zone mediamente più piovose del Friuli (prealpi Carniche), superano nell'anno "secco" i 1.500 mm di precipitazione annua, per arrivare in ogni caso ad oltre 2.000 mm nelle stazioni del bacino dell'alto Isonzo.

Nell’anno “umido”, nella pianura veneta l’apporto idrico si attesta sostanzialmente fra i 1.000 ed i 2.000 mm annui, sempre con andamento crescente da Sud a Nord, mentre nella pianura friulana oscillano tra i 1.500 mm fino a 4.000 circa della Valle Musi.

Sebbene la Direttiva Quadro Acque non menzioni esplicitamente la necessità di considerare i cambiamenti climatici tra i potenziali fattori di rischio di non raggiungimento degli obiettivi di qualità ambientale, è ampiamente evidenziato in ambito scientifico come molti degli elementi inclusi nella definizione dello stato di qualità delle acque superficiali e sotterranee siano sensibili al cambiamento climatico.

L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), organismo intergovernativo di riferimento per lo studio del riscaldamento globale, istituito dall'Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) ed il Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (UNEP), ha rilevato, nella sua periodica attività di reporting sull’evoluzione del clima e delle conoscenze disponibili in tema di  vulnerabilità, impatti, opzioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, come le osservazioni storiche e le proiezioni climatiche forniscano sufficiente evidenza del fatto che le risorse idriche sono vulnerabili ai cambiamenti climatici, con un’ampia varietà di conseguenze sugli ecosistemi e la società.

Alla luce delle numerose evidenze disponibili, la Commissione Europea ha segnalato, sin dal 2009, con la pubblicazione dell’ EU White Paper e attraverso le attività della Common Implementation Strategy on Climate Change and Water, la necessità di considerare pienamente il cambiamento climatico nello sviluppo dei piani di gestione. Anche il recente Piano per la salvaguardia delle risorse idriche europee (A Blueprint to Safeguard Europe's Water Resources) della Commissione inquadra il cambiamento climatico tra le principali cause degli impatti negativi sullo stato delle acque insieme all’uso del suolo, alle attività economiche come la produzione energetica, l’industria, l’agricoltura e il turismo, lo sviluppo urbano e i cambiamenti demografici e ribadisce la necessità di sviluppare risposte adeguate per migliorare la resilienza dell’ecosistema acquatico e adattarsi ai cambiamenti climatici.

A livello nazionale, è in via di definizione una strategia comune di adattamento ai cambiamenti climatici, predisposta attraverso un approccio multidisciplinare e condiviso tra istituzioni e mondo accademico e scientifico. Tale strategia è finalizzata a elaborare una visione nazionale sul problema ed individuare un set di azioni e indirizzi comuni che permettano di affrontare in maniera adeguata e coerente i rischi per la popolazione e il patrimonio naturale, migliorando le capacità di adattamento.

Le analisi climatiche globali descritte dall’IPCC nel Fourth Assessment Report (2007) individuano, con riferimento al periodo 1900-2005, numerosi segnali di cambiamento climatico a scala continentale, regionale, e di bacino oceanico. Questi cambiamenti includono variazioni delle temperature e dei ghiacci nell’Artico, estese variazioni delle quantità delle precipitazioni, della salinità dell’oceano, delle strutture dei venti e delle tipologie di eventi estremi come siccità, forti precipitazioni, ondate di calore e intensità dei cicloni tropicali. In aggiunta, le prime e più aggiornate valutazioni pubblicate dall’IPCC nell’ambito del Fifth Assessment Report: Climate Change 2013 (AR5), attualmente in preparazione, indicano che ciascuno degli ultimi tre decenni è stato successivamente più caldo sulla superficie terrestre e più caldo di qualsiasi altro decennio precedente a partire dal 1850. Nell'emisfero settentrionale, il periodo 1983-2012 è stato probabilmente il più caldo negli ultimi 1400 anni e l'aumento complessivo tra la media del periodo 1850-1900 e la media del periodo 2003-2012 è di 0,78 ° C, in base al dataset più ampio disponibile (Figura 24). Negli ultimi due decenni, la Groenlandia e strati di ghiaccio antartici hanno hanno continuato a ridursi in quasi tutto il mondo, mentre Il tasso di aumento del livello del mare a partire dalla metà del 19 ° secolo è stato superiore al tasso medio negli ultimi due millenni. Nel periodo 1901-2010 , il livello medio globale del mare è aumentato di 0,19 m.

Le proiezioni per i prossimi decenni fornite nel Fifth Assessment Report mostrano distribuzioni spaziali dei cambiamenti climatici simili a quelli previsti per il tardo 21° secolo, ma con intensità minori. La variabilità interna naturale continuerà ad avere una grande influenza sul clima, in particolare nel breve termine e su scala regionale . Entro la metà del 21° secolo, l'entità dei cambiamenti previsti sarà invece sostanzialmente influenzate dallo scenario di emissione. In ogni caso, la variazione di temperatura superficiale globale per la fine del 21° secolo sarà probabilmente superiore ai 1,5 ° C rispetto al 1850-1900 per la quasi totalità degli scenari. Anche l'oceano continuerà a riscaldarsi con incidenza significativa sulla circolazione oceanica, mentre si attende un ulteriore riduzione del ghiaccio artico e del volume di ghiaccio globale. I cambiamenti nel ciclo idrologico in risposta al riscaldamento generale descritto non saranno uniformi: le differenze nelle precipitazioni tra regioni umide e secche e tra stagioni umide e secche aumenterà, anche se ci potranno essere delle eccezioni regionali.

Le criticità fondamentali nell’analisi degli effetti dei cambiamenti climatici attesi sulle risorse idriche e sugli ecosistemi dipendenti riguardano essenzialmente:

·         l’incertezza delle proiezioni climatiche su scala globale, difficilmente riportabili su scala regionale e locale;

·         la difficoltà di identificare e discriminare l’azione dei molteplici impatti dell’alterazione climatica e definirne concretamente l’effetto sui corpi idrici;

·         la difficoltà di identificare e stimare quantitativamente tali effetti nella prospettiva temporale di breve termine quale quella relativa a un Piano di gestione.

A fronte di tali problematiche, è tuttavia fondamentale tentare di fornire una descrizione almeno qualitativa del ruolo dei cambiamenti climatici nel complesso quadro delle pressioni e degli impatti sui corpi idrici; tale azione è essenziale non solo per la comprensione di come il rischio legato a tali pressioni potrà o meno variare nel tempo in relazione agli andamenti climatici attesi, ma anche per la pianificazione efficace di misure robuste e flessibili rispetto al clima futuro. 

A livello distrettuale, alcune recenti ricerche sugli impatti e i rischi potenziali dei cambiamenti climatici attesi hanno permesso di approfondire le dinamiche e le tendenze del clima e di formulare alcuni scenari a scala regionale per il periodo 2000-2100.

   

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